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essenzialmente musica e letteratura

BALLARD - V - LA MOSTRA DELLE ATROCITA'

Continuiamo la panoramica su James G. Ballard; questa volta la tappa è il suo libro chiave, quello più radicale, quello più incomprensibile ma forse più verosimile.


“Nell'epoca attuale il paesaggio dei media è una mappa in cerca di un territorio. Le nostre menti sono inondate da una massa impressionante di immagini sensazionali e spesso tossiche, molte delle quali hanno un contenuto inventato. Come fare a trarre un senso da questo flusso incessante di informazione e di pubblicità, di notizie e di intrattenimento, in ci le campagne presidenziali e i viaggi sulla Luna sono indistinguibili dal lancio di una nuova merendina o dell'ultimo deodorante? Che cosa succede davvero, nel nostro inconscio, quando, sullo stesso schermo televisivo, nel giro di pochi fa l'amore e un bambino ferito viene estratto da un'auto sfasciata? Messi di fronte a questi eventi così caricati, ognuno dei quali ha già allegata la sua emozione preconfezionata, possiamo solo costruire un insieme di scenari d'emergenza, proprio come fa la nostra mente durante il sonno, quando dalle memorie scollegate che scorrazzano per la notte corticale ricava un estemporaneo racconto. Nel sogno a occhi aperti che adesso costituisce la nostra vita di tutti i giorni, le immagini di una vedova insanguinata, il profilo cromato del parabrezza di una limousine, l'eleganza stilizzata di un corteo d'auto, si fondono insieme e creano un racconto secondario, dotato di significati ben diversi da quelli originari.”
Questa è la premessa di James Ballard che sta alla base di La Mostra delle Atrocità. Non è un romanzo e non è una raccolta di racconti. È un romanzo costruito di paragrafi in successione (divisi da surreali titoli di capitoli) nei quali si snodano senza soluzione di continuità personaggi, azioni, pensieri, ambienti, descrizioni. Si ha l'impressione di leggere bozze di cartelle mediche scritte sotto l'effetto di lsd. Lo stile rispecchia le circonvoluzioni del cervello umano, facendoci sentire come smarriti topolini iperstimolati che cercano invano un'uscita in un labirinto mutevole.
Ricorrono i nomi dei miti massmediatici degli anni 60 – Kennedy, Marilyn, Reagan – l'epoca in cui Ballard scrisse questi testi (l'edizione definitiva con note dell'autore risale agli anni 90). Ricorrono nomi simili (Travis, Traven, Talbert, Tallis) per uno stesso protagonista completamente decontestualizzato e senza identità. Ricorrono la pornografia e gli incidenti d'auto (come in Crash, che sarebbe nato poco dopo a partire proprio da uno di questi testi).


Ma Ballard, in questo enorme circo, compie un'azione estremamente precisa. La descrive perfettamente Lanfranco Fabriani (nell'articolo “Profilo di James Ballard”), che riporto testualmente.
“[...] Ballard prese in esame il mondo come si stava venendo a costituire in quei giorni […]. La televisione, la carta stampata, i tabloid, stavano iniziando quell'operazione di mistificazione, e di sostituzione della realtà con il mero pettegolezzo che oggi conosciamo molto bene. Ballard costruisce una serie di racconti intorno a queste tematiche, fondendole con le sue tematiche precedenti, mai abbandonate. La devoluzione e la follia, l'ossessione, si intersecano qui con quelle che erano le icone del mondo di allora e soprattutto con la morte di queste icone; l'assassinio di Dallas, la morte di Marilyn Monroe, momenti ossessivi per una generazione, si fondono con le ossessioni dei protagonisti di Ballard. Abbiamo un'operazione di asciugamento delle sovrastrutture letterarie, i protagonisti vengono ridotti a mere funzioni narrative, il folle, lo psichiatra non completamente sano, la vittima innocente, tornano con i nomi quasi identici da un racconto all'altro proprio perché non necessitano di una individualità. La stessa narrazione arriva praticamente a un grado zero, i racconti sembrano quasi, e occasionalmente ne assumono il linguaggio, resoconti di esperimenti scientifici, o cartelle mediche. Oggi forse potrebbe anche sembrare che l'effetto non sia tanto dirompente, ma dobbiamo riportarci al 1970, la prima edizione presso la casa editrice Doubleday venne inviata al macero immediatamente dopo la stampa per un ripensamento della direzione.”
Inevitabilmente, di La Mostra delle Atrocità non rimane in memoria nulla se non il suo impatto, certe frasi, certe immagini, e il senso complessivo, ed è necessaria una o più riletture per assimilare ogni sua sfumatura, per comprendere appieno il significato dei paragrafi, anche in senso prettamente letterale. Non è un libro facile, ed è sicuramente inavvicinabile da chi non ha mai letto nulla di James G. Ballard. Ma rappresenta, esattamente come Il Pasto Nudo di William Burroughs, una riscrittura dell'era moderna, uno sguardo radicale e senza filtri.


Leggi anche:
On The Beach: Dalì, Ballard, Young
Ballard (IV) I racconti
Ballard (III) Parabole radicali
Ballard (II) Tecno-socio-psicosi
Ballard (I) La catastrofe interiore
Ballard: un ritratto dovuto

LUNGO IL VETTORE (2012)


Dopo Nidi di Nebbia, siamo lieti di presentarvi il nostro secondo cd.
Lungo il Vettore è un album di canzoni (in parte cantate e in parte interludi strumentali) liberamente ispirato alla straordinaria saga di Stephen King, La Torre Nera. Vuole quindi essere un nostro omaggio a quest'opera e ai suoi lettori (italiani per lo meno), ma non soltanto: è solo ispirato, quindi non ci sono riferimenti specifici ed è, al suo livello più ampio, accessibile a chiunque.
Alcune di queste canzoni, nelle loro versioni originale, sono tra le nostre prime composizioni (2005), completate, affiancate alle nuove e registrate nel corso del 2011. Nel frattempo abbiamo ricevuto ottimi commenti (e persino una recensione “professionale”) sul disco precedente, Nidi di Nebbia. Cogliamo dunque l'occasione per ringraziare tutti coloro che ci hanno ascoltato, augurandoci che anche questo secondo cd possa piacervi e, soprattutto, suggerirvi qualcosa, che è poi lo scopo di un qualsivoglia atto di creazione.

Il cd è accessibile per l'ascolto in streaming (vedi playlist qui sotto) (per ora il download è impossibilitato per via della chiusura di Megaupload). Se qualcuno desidera una copia fisica del cd, con tanto di artwork e testi, basta che ci scriva una email all'indirizzo young.paintersATgmail.com
Gli autori intendono tutelare l'opera nella sua totalità secondo la licenza Creative Commons: Attribuzione–Non commerciale–Non opere derivate 2.5 Italia (http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/legalcode).

Matteo Barbieri e Tommaso Giovanardi


Lungo il Vettore by Nidi Di Nebbia





CAMMINO

Ecco il secondo dei testi che accompagnano la musica di Acantilados Music Project. Musica e parole sono nati circa un anno fa. Direi che sono azzeccati per questi giorni d'inverno.

Appennino reggiano (foto dell'autore)



"CAMMINO (UN BREVE RACCONTO SUL VIAGGIO)"

Egli pensava al viaggio di quel giorno. Non gli avrebbe preso più di un paio d'ore, lungo la strada verso il fondovalle e a risalire. Quanto era stato sfruttato e stravolto il termine viaggio? Era sulla bocca di tutti, sempre, eppure egli era arrivato a credere che fosse ormai una parola priva di significato. Del vero significato, o di quello più semplice.
Era necessario dare un'altra definizione al termine viaggio, ripristinarne il valore. Per esempio ora, mentre camminava, quella parola trovava la sua espressione più semplice e naturale. Lui, il luogo, le sensazioni: c'era il viaggio. Quanto era diversa, presa così, rispetto ai soliti e triti modi di vederla? Diametralmente opposta, pensò. Una vacanza in uno stato estero era considerata un viaggio, quando in realtà vacanza e viaggio non avevano niente da spartire a livello di significato. Anche se talvolta potevano sovrapporsi. Poi, da quando c'era stato Kerouac, il viaggio implicava una componente di vagabondaggio e di ricerca interiore. Anche questo era un aspetto traviato in molti modi.
No, occorreva proprio una ridefinizione di quella parola, ma egli sapeva che non sarebbe stato possibile. Quello che poteva fare era viverla per se stesso al meglio. E così, ora, il suo viaggio si esprimeva nella ripetitiva e ipnotica cadenza dei passi, del respiro, dello scorrere laterale delle cose. Lungo una strada dolce di montagna dove ogni macchia di bosco che appariva ai lati era un nuovo pensiero. Una catena di anelli connessi l'un l'altro che a mano a mano, con ritmo perfetto, scorreva.
Dapprima si calò nell'armonia che percepiva e che era la sua guida, come la linea bianca disegnata sull'asfalto. Poi di pensiero in pensiero, la progressione fondamentale del cuore e delle sensazioni. Fino alle rivelazioni che giungevano come colpi di vento tra le fronde. E d'improvviso gli alberi assunsero l'imponenza che prima non avevano. I pensieri crescevano, l'armonia cresceva, tutto si amplificava nell'ordine.
Egli capiva come ogni viaggio era diverso, anche tutti quelli che aveva compiuto lungo quella strada, andata e ritorno. Vedeva se stesso nelle sinuosità della strada montana, inseguendola, godendo del suo trovarsi, del suo essere, lì.
In viaggio, l'attenzione era sempre dedicata al dove, al luogo, e tutto era in funzione del luogo. Esso decideva il percorso influendo sulla mente, e per la stessa ragione pianificava il tempo. I tempi di vita erano sempre diversi, in viaggio. Il luogo era al centro della mente, riempiendone ogni livello e imponendole di adattarsi a qualunque aspetto. La vita stessa cambiava di obiettivi e di priorità, adattandoli al nuovo dove.
Egli era convinto che il rapporto tra luogo e mente fosse meravigliosamente stretto, e in viaggio diventava il più diretto possibile. Il luogo determinava lo stato della mente, le sensazioni e, a un livello più profondo, la comprensione. Era facile vedere l'effetto negativo di un luogo freddo e piovoso sul pensiero di chi lo visita. La mente, invece, elaborava il luogo reale rendendolo un'immagine interiore. Il luogo cambiava a seconda del pensiero che lo percepisce in un modo piuttosto che un altro, cogliendone certi aspetti e non altri. Così avveniva lo scambio reciproco.
Egli sapeva, nonostante non capisse bene perché, che molto di questo processo avveniva a viaggio finito piuttosto che durante. Richiedeva una metabolizzazione dell'esperienza che conduceva a quello che tutti chiamavano arricchimento personale. Forse perché durante il viaggio si era abitualmente presi dall'esigenza fisica di seguire i luoghi, un'esigenza di movimento che coinvolgeva anche la psiche, la quale conservava per dopo il compito di assimilare. Solo nel caso di un luogo già conosciuto, come nel caso suo e di quella strada, poteva esserci un dialogo in tempo reale tra mente e luogo.
Questo rapporto non cessava mai, esisteva anche nel posto dove si vive tutti i giorni, o nel posto dove si è nati. Era intenso e spontaneo eppure non veniva nemmeno sfiorato dalla maggioranza delle persone. Ogni essere umano lo portava scritto nell'eredità interiore, doveva solo farlo emergere e allora lo avrebbe visto sempre, dappertutto. Egli rifletté che per ridefinire quel semplice vocabolo si sarebbe dovuto stravolgere il cervello collettivo, facendo leva su istinti oggi repressi.
Viaggiare ed esplorare erano attività primitive e istintive che avevano condotto la razza umana a ciò che era oggi.
Egli camminava con i propri pensieri. Si ricordò che era l'abitudine più vecchia del mondo.

IL PAESAGGIO MUSICALE

Il primo post del 2012.
Un anno che, credo, sarà molto intenso. Sia personalmente che per tutti quanti.
Voglio iniziarlo nel modo migliore, con un paio di scritti che accompagnano il progetto musicale Acantilados e il nuovo cd che abbiamo appena concluso.
Il primo testo si intitola Il paesaggio musicale, il secondo Cammino (Un breve racconto sul viaggio). Entrambi tentano di codificare la mia sensibilità alla musica, ma non solo.
Vi consiglio, prima di leggere o dopo, di andarvi ad ascoltare qualche brano (al link di cui sopra), così capirete meglio di cosa parlo.
A tutti un caloroso augurio di buon anno.

Santander, Spagna del nord (foto dell'autore)


"IL PAESAGGIO MUSICALE"
Il paesaggio è l'estensione dell'anima.
Il rapporto tra luogo e mente, tra paesaggio e anima, ricorre come una costante. È il tentativo di comprendere (e fissare) lo stato mentale in relazione al luogo fisico dove ci si trova. Lo scambio è reciproco e continuo. Le due parti sono strettamente dipendenti l’una dall’altra.
Se si pensa al rapporto tra l'io e il paesaggio, subito si pensa al viaggio. Quando si viaggia, il paesaggio è tutto: è il contesto, il soggetto, la storia. In realtà il concetto di viaggio è un buon punto di partenza per una ricerca che va ben al di là di un concept sul viaggio inteso nel senso comune. Piuttosto il viaggio considerato è quello psichico e umano.
In questo progetto musicale (il cui nome Acantilados significa, in lingua spagnola, Scogliere) l’unico obiettivo è il fluire stesso della creatività e della musica, in qualunque direzione. In questo tutto abbiamo trovato una costante predominante, quella del paesaggio interiore ed esteriore. Il primo passo è riconoscerlo per ciò che è.
Il paesaggio musicale che ne deriva non ha bisogno di parole: è complementare a quello verbale, scritto. Allo stesso modo gode di una totale libertà nel “genere” o nello “stile”, che sono solo etichette dalle quali sfugge per la sua natura basata sulla sensazione. E da cosa derivano le nostre sensazioni – nostre come esseri umani – se non dall’aria, dalla stagione, dalla luce, insomma dal luogo dove ci troviamo. Lì sta la sensibilità e lì stanno le forme del paesaggio. Paradossalmente, è quasi indipendente da semplici sentimenti e fatti, che generalmente costituiscono i contenuti delle canzoni propriamente dette.
Per questo motivo abbiamo privilegiato la musica senza voci, i brani strumentali, anche le lunghe e catartiche suite. È il paesaggio musicale che assume forma propria. In questo senso anche il suono dei paesaggi (onde, fruscii radio... non distinguiamo tra paesaggi naturali o artificiali) è usato per la sua connessione semantica a tutto il resto.
Il brano musicale assume quindi un ruolo simile a quello di colonna sonora dello stato di catarsi (di interscambio) tra luogo e psiche. In altre parole, ogni momento e ogni luogo ha la sua musica, diversa per ciascuno, ed è proprio questa che abbiamo voluto fissare (ed essendo la nostra, potrebbe ovviamente non coincidere con la vostra sensibilità... l'importante è che provate a rifletterci).
Un progetto musicale, in questi termini, può tentare di raggiungere vari livelli di profondità, di intimismo e di astrattismo personale. S'intende infatti che non ci interessa il livello più superficiale di colonna sonora per ambienti. La “discesa in se stessi” e i riferimenti personali diventano così ermetici a terzi, ma il loro scopo è fare semplicemente da tramite: le riflessioni, per quanto filtrate dalla soggettività, si rivolgono a valori collettivi, umani ed atavici. Ammettiamo senza timore che ricorre spesso l’esplorazione della natura (e dell’acqua) come “mondo di provenienza”, cosa che abbatte i confini individuali tra noi e voi.
Dunque, ci si può divertire in molti modi e scivolare in qualunque direzione: la direzione dell'io. Idealmente, dovremmo comporre in stato di trance per poter dar sfogo libero all’inconscio. Da tutto ciò si può trarre la conclusione di avere tra le mani un concept, ma allora il “concetto” sarà sempre lo stesso. Ci sono molti mo(n)di da cui ricavare un concept sul viaggio.
Un ultimo aspetto che questo “viaggio creativo” sottende (e che forse costituisce proprio la colla della musica) è il suo suggerire un diverso modo di vedere le cose. Diverso dall'ottica comune o scontata. Come in una fotografia dotata di un certo spessore. Pensateci bene: la fotografia come semplice ritratto è qualcosa di limitato, ma quante cose può suggerire appena si scende un gradino più in profondità?
Le canzoni sono fotografie, istantanee, legate alla definizione di un'identità, di un paesaggio. Possiamo dire che questa musica è assolutamente fotografica.

GREENDALE: OVVERO NEIL YOUNG A FUMETTI

Con grande sorpresa (e sommo gaudio) ho trovato Neil Young's Greendale sullo scaffale di una libreria della mia città. Edizione italiana. Passando completamente in sordina è uscito anche da noi il fumetto tratto dalla rock-opera del 2003 a firma Neil Young & Crazy Horse. Il cantautore scrisse dieci canzoni che raccontavano di una famiglia (i Green) in una sonnolenta cittadina rurale americana (Greendale) e di alcuni fatti che la mettevano al centro dell'attenzione. In particolare due: l'arrivo di una sorta di Diavolo surreale che portava Jed Green a commettere un omicidio, e la maturità della giovane Sun Green e il suo attivismo ambientalista e pacifista. Al disco (scritto e registrato in poche settimane) fece seguito un tour con attori sul palcoscenico e un film girato da Young (sempre con attori reclutati tra amici e collaboratori). Uscì anche un libro illustrato (negli States) e, circa due anni fa, un musical off-Broadway e questa graphic-novel a firma Joshua Dysart e Cliff Chiang (per la Vertigo). Un'opera che non ha smesso di interessare critica, pubblico e altri frangenti artistici, e questo perché si è rivelata, anno dopo anno, sempre più attuale.
Lo spiega bene la postfazione presente sul fumetto, uscito per Bao Comics e presentato al Lucca Comics pochi mesi fa. Un plauso a questo editore che ha accettato la sfida dell'edizione italiana, oltretutto di un certo pregio. Ma cosa ci si potrebbe aspettare di leggere nell'adattamento a fumetti di un disco di Young? Questa era la curiosità più grande.


Tenterò di rispondere (senza togliervi il piacere della scoperta). Quando ho letto le lyrics di Young c'erano certe cose che non capivo, nella storia e nelle interazioni tra i personaggi. “Buchi” che erano palesemente una conseguenza della forma narrativa (canzone) ma che, presumibilmente, Young avrebbe saputo spiegare in quanto nella sua mente c'era una storia completa. Con il film, gli “intermezzi” scritti nel booklet del cd o quelli parlati durante i concerti si poteva colmare qualche lacuna. Ma restava, come dire, un albero ancora un po' spoglio piuttosto che una perfetta chioma folta.
Bene, la graphic-novel serve allo scopo. Sebbene non possiamo sapere quanta parte provenga dai fumettisti piuttosto che da Neil, ciò non ha molta importanza. Quello che conta è la storia che ci viene narrata, davvero bella, coi giusti riferimenti ai testi dell'album. Un'opera che ha uno spessore notevole, che non ci si aspetta da un fumetto, o che non ci si aspetta conoscendo solo l'idea musicale di Young. Questo è un romanzo di stampo fantastico (per certi versi persino surreale, un aspetto tralasciato negli altri format) con un'onesta riflessione sui temi già evidenti della guerra, della natura, della società consumistica e massmediatica. Senza scendere a ovvi e bassi moralismi, anzi, si ramifica in un intreccio che la rende viva, vera, perfetta nella sua natura di micromondo/teatro ove si svolge, rispecchiandosi, la Storia che leggiamo sui giornali.
Greendale è forse una cittadina lynchiana stile Twin Peaks; o forse la cittadina dove la violenza irrompe pur essendo da sempre già lì (proprio come un demone) del film A History of Violence di David Cronenberg, o di uno dei tanti romanzi di Stephen King. Si potrebbe iniziare un discorso di relazioni, paragoni, filoni e poetiche che non finirebbe più.
In pratica, la graphic-novel di Greendale ha fatto il passo oltre, è riuscita ad andare laddove un disco non poteva, dandoci la parte che mancava, ma più semplicemente – indipendentemente dall'album di Young – riuscendo ad essere un'opera visiva originale, intelligente e disegnata molto bene.


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